Il modello che fu
Così i liberisti spiegano la caduta dell'Irlanda
Per il futuro, infine, se si vorrà ancora utilizzare l’utile ricetta pro crescita tentata a Dublino, questa andrà affiancata da meccanismi correttivi. Parlano Giavazzi, Stagnaro, Seminerio

I ministri dell'Eurozona, riuniti oggi a Bruxelles, rinnoveranno probabilmente l'invito già fatto nel fine settimana all'Irlanda affinché il paese accetti l'intervento del Fondo europeo anticrisi. Quella del “salvataggio” è l'unica strada – sostengono esponenti autorevoli della Commissione e della Banca centrale europea, cui s'aggiunge pubblicamente uno stato interessato come il Portogallo – per evitare l'effetto contagio sui debiti sovrani del continente. E pensare che nemmeno dieci anni fa, quando a Bruxelles ci si riuniva per parlare di Irlanda, il paese finiva regolarmente sul banco degli imputati per tutt'altro motivo: non perché rischiasse di far affondare con il suo fallimento la moneta unica, ma piuttosto perché accusato di correre troppo rispetto agli altri stati membri.
La “tigre celtica”, come la chiamò per primo l’analista Kevin Gardiner nel 1994, non di rado era bacchettata per il suo presunto “dumping fiscale”: per crescere a ritmi asiatici in un continente affetto da sclerosi, infatti, i governi di Dublino pensarono
di creare una sorta di “riserva naturale” per le forze del libero mercato. All'interno dell'oasi freemarket, per esempio, l'aliquota sulle società era (ed è) al 12,5 per cento, ovvero la metà della media europea. Risultato: “Mentre alla fine degli anni Ottanta il reddito pro capite in Irlanda era pari alla metà della media europea – ricorda al Foglio Francesco Giavazzi, professore di Economia all'Università Bocconi – dopo vent'anni gli irlandesi sono arrivati in vetta alla classifica del continente”. Prima di mettere la croce su tutte le scelte di politica economica compiute dall’ex tigre celtica, dunque, “sarebbe meglio osservare l'attualità con una prospettiva di più lungo termine”, osserva Giavazzi.
D'accordo Carlo Stagnaro, direttore del dipartimento Studi e ricerche dell’Istituto Bruno Leoni, think tank liberista: “Se anche il pil continuasse a calare, come avviene d’altronde dal 2008, essendo stata l'Irlanda il primo paese europeo a entrare ufficialmente in recessione nel settembre di due anni fa, è difficile che si torni ai livelli di ricchezza, o meglio di povertà, di venti anni fa”. Su una linea di pensiero simile anche l’economista Mario Seminerio: “Il fatto che pure questo paese sia caduto nella trappola del ‘denaro facile’ non può far dimenticare il resto – dice al Foglio – innanzitutto la capacità di utilizzare al meglio i fondi europei per far partire la crescita, poi la capacità di mantenere questi ritmi grazie a un fisco leggero e una forza lavoro giovane e qualificata”.
“La situazione di Dublino va assolutamente distinta da quella di Atene – ci tiene poi a precisare Giavazzi – In Grecia i troppi soldi pubblici, provenienti anche dall'Unione europea, non hanno offerto un incentivo al cambiamento, e quando questi aiuti sono venuti meno è scoppiata la crisi. L'Irlanda invece negli stessi anni ha visto aumentare la produttività della sua forza lavoro; quella attuale è una tipica bolla che colpisce di tanto in tanto le economie capitalistiche che crescono. O forse preferiamo un modello economico a crescita perennemente anemica?”. Ieri però i credit default swap sul debito irlandese – ovvero il costo per assicurarsi contro un eventuale fallimento del paese –, dopo aver abbandonando il livello record di 599 punti, sono tornati a 518, un valore comunque alto. Serve una decisione “chiara”, ha detto Ewald Nowotny, del consiglio direttivo della Bce: il netto aumento degli spread dei titoli irlandesi, portoghesi e greci rispetto ai bund tedeschi “non è salutare”. Bruxelles si è detta “pronta” a intervenire, “se ciò verrà richiesto e si renderà effettivamente necessario”.
“Finora l’Irlanda ha fatto bene a rifiutare l'intervento europeo – osserva Stagnaro – anche perché Bruxelles ha posto tra le condizioni la necessità di aumentare le tasse nel paese. E' un ricatto che rischia solo di mettere un'ipoteca sulle future prospettive di crescita. D'altronde però Dublino, salvando le banche, non ha fatto altro che trasformare il debito privato in debito pubblico. La situazione non è migliorata: ora non c'è più una banca da salvare, ma uno stato”.
Più cauto Giavazzi: “Ho imparato la lezione – dice – il fallimento di Lehman fu una delle cause che ha precipitato il mondo nella recessione. Lehman insegna che oggi, nei confronti dell'Irlanda, il rigore che si dovrebbe invocare in base alla razionalità-liberista non possiamo permettercelo: il costo potrebbe essere la fine dell’euro”. Per il futuro, infine, se si vorrà ancora utilizzare l’utile ricetta pro crescita tentata a Dublino, questa andrà affiancata da meccanismi correttivi: “Per esempio scegliendo di monitorare, tra i tanti parametri possibili, la crescita del credito totale interno dei singoli paesi e non solo quello aggregato dell'Europa. In alcuni paesi, tra cui l'Irlanda, il credito concesso dalle banche era esploso negli ultimi anni. Ciò non è per forza un male, ma monitorandolo si sarebbe potuto evitare che questo credito andasse a gonfiare la bolla immobiliare”.
La “tigre celtica”, come la chiamò per primo l’analista Kevin Gardiner nel 1994, non di rado era bacchettata per il suo presunto “dumping fiscale”: per crescere a ritmi asiatici in un continente affetto da sclerosi, infatti, i governi di Dublino pensarono
di creare una sorta di “riserva naturale” per le forze del libero mercato. All'interno dell'oasi freemarket, per esempio, l'aliquota sulle società era (ed è) al 12,5 per cento, ovvero la metà della media europea. Risultato: “Mentre alla fine degli anni Ottanta il reddito pro capite in Irlanda era pari alla metà della media europea – ricorda al Foglio Francesco Giavazzi, professore di Economia all'Università Bocconi – dopo vent'anni gli irlandesi sono arrivati in vetta alla classifica del continente”. Prima di mettere la croce su tutte le scelte di politica economica compiute dall’ex tigre celtica, dunque, “sarebbe meglio osservare l'attualità con una prospettiva di più lungo termine”, osserva Giavazzi.
D'accordo Carlo Stagnaro, direttore del dipartimento Studi e ricerche dell’Istituto Bruno Leoni, think tank liberista: “Se anche il pil continuasse a calare, come avviene d’altronde dal 2008, essendo stata l'Irlanda il primo paese europeo a entrare ufficialmente in recessione nel settembre di due anni fa, è difficile che si torni ai livelli di ricchezza, o meglio di povertà, di venti anni fa”. Su una linea di pensiero simile anche l’economista Mario Seminerio: “Il fatto che pure questo paese sia caduto nella trappola del ‘denaro facile’ non può far dimenticare il resto – dice al Foglio – innanzitutto la capacità di utilizzare al meglio i fondi europei per far partire la crescita, poi la capacità di mantenere questi ritmi grazie a un fisco leggero e una forza lavoro giovane e qualificata”.
“La situazione di Dublino va assolutamente distinta da quella di Atene – ci tiene poi a precisare Giavazzi – In Grecia i troppi soldi pubblici, provenienti anche dall'Unione europea, non hanno offerto un incentivo al cambiamento, e quando questi aiuti sono venuti meno è scoppiata la crisi. L'Irlanda invece negli stessi anni ha visto aumentare la produttività della sua forza lavoro; quella attuale è una tipica bolla che colpisce di tanto in tanto le economie capitalistiche che crescono. O forse preferiamo un modello economico a crescita perennemente anemica?”. Ieri però i credit default swap sul debito irlandese – ovvero il costo per assicurarsi contro un eventuale fallimento del paese –, dopo aver abbandonando il livello record di 599 punti, sono tornati a 518, un valore comunque alto. Serve una decisione “chiara”, ha detto Ewald Nowotny, del consiglio direttivo della Bce: il netto aumento degli spread dei titoli irlandesi, portoghesi e greci rispetto ai bund tedeschi “non è salutare”. Bruxelles si è detta “pronta” a intervenire, “se ciò verrà richiesto e si renderà effettivamente necessario”.
“Finora l’Irlanda ha fatto bene a rifiutare l'intervento europeo – osserva Stagnaro – anche perché Bruxelles ha posto tra le condizioni la necessità di aumentare le tasse nel paese. E' un ricatto che rischia solo di mettere un'ipoteca sulle future prospettive di crescita. D'altronde però Dublino, salvando le banche, non ha fatto altro che trasformare il debito privato in debito pubblico. La situazione non è migliorata: ora non c'è più una banca da salvare, ma uno stato”.
Più cauto Giavazzi: “Ho imparato la lezione – dice – il fallimento di Lehman fu una delle cause che ha precipitato il mondo nella recessione. Lehman insegna che oggi, nei confronti dell'Irlanda, il rigore che si dovrebbe invocare in base alla razionalità-liberista non possiamo permettercelo: il costo potrebbe essere la fine dell’euro”. Per il futuro, infine, se si vorrà ancora utilizzare l’utile ricetta pro crescita tentata a Dublino, questa andrà affiancata da meccanismi correttivi: “Per esempio scegliendo di monitorare, tra i tanti parametri possibili, la crescita del credito totale interno dei singoli paesi e non solo quello aggregato dell'Europa. In alcuni paesi, tra cui l'Irlanda, il credito concesso dalle banche era esploso negli ultimi anni. Ciò non è per forza un male, ma monitorandolo si sarebbe potuto evitare che questo credito andasse a gonfiare la bolla immobiliare”.